Il mercato dell’idrogeno in Italia è pronto a crescere come racconta il presidente di H2IT nell’editoriale che apre il numero di ottobre 2026 di inGruppo: una strutturata riflessione sul settore, tra prospettive di sviluppo e concrete opportunità per la nostra filiera industriale.
Qual è oggi la fotografia del mercato dell’idrogeno in Italia, e quali sono le prospettive di sviluppo nei prossimi 3-5 anni a livello nazionale e internazionale?
Oggi il mercato dell’idrogeno in Italia si trova in una fase di avvio concreto. Dopo anni dedicati alla definizione di strategie e strumenti normativi, stiamo finalmente vedendo nascere i primi progetti di produzione e utilizzo di idrogeno rinnovabile. Grazie alle risorse del PNRR, sono in fase di realizzazione numerose Hydrogen Valley distribuite sul territorio nazionale, con investimenti complessivi superiori a 500 milioni di euro, che consentiranno di accumulare esperienza industriale e sviluppare una filiera sempre più strutturata. Un passaggio fondamentale è stato la pubblicazione della Strategia Nazionale Idrogeno a fine 2024, che ha definito una visione di lungo periodo e individuato gli strumenti necessari per accompagnare lo sviluppo del settore e raggiungere gli obiettivi europei di decarbonizzazione.
Il 2030 rappresenta il primo vero punto di arrivo, con gli obiettivi europei previsti dalla RED III (la direttiva UE 2023/2413 per sulla promozione dell’energia da fonti rinnovabili) per l’impiego di idrogeno rinnovabile nei trasporti e nell’industria. È proprio questa domanda vincolata ai target climatici che permetterà al mercato di passare dalla fase sperimentale a quella commerciale.
In una prima fase gli impieghi più naturali saranno quelli nei settori che già oggi utilizzano idrogeno, come le raffinerie e l’industria chimica, dove la transizione può avvenire sostituendo l’idrogeno di origine fossile con quello rinnovabile. Anche il settore della ceramica sta sperimentando l’utilizzo dell’idrogeno rinnovabile. Parallelamente cresceranno le applicazioni nella mobilità pesante, nel trasporto pubblico locale e nella logistica.
Quali sono, secondo H2IT, i principali fattori abilitanti per la crescita della filiera italiana rispetto ai principali partner europei? E quali i maggiori ostacoli?
L’Italia parte da una posizione favorevole: dispone di una filiera industriale completa, importanti competenze manifatturiere e una collocazione geografica strategica nel Mediterraneo. Per valorizzare questi punti di forza servono però alcune condizioni abilitanti. In primo luogo, è necessario accompagnare la transizione con strumenti finanziari adeguati che consentano alle imprese di investire e di colmare il differenziale di costo ancora esistente tra idrogeno rinnovabile e combustibili fossili. Al tempo stesso, è indispensabile disporre di un quadro normativo stabile e prevedibile. Negli ultimi anni il settore ha dovuto confrontarsi con regole in continua evoluzione, che di certo non facilitano gli investimenti.
Serve inoltre un forte committment politico, sia a livello nazionale sia europeo, per garantire continuità agli obiettivi di decarbonizzazione e agli strumenti necessari per raggiungerli.
Il principale ostacolo oggi non è tanto l’offerta o la tecnologia, quanto la domanda. La sfida dei prossimi anni sarà quindi trasformare gli obiettivi climatici e industriali in una domanda reale e stabile, capace di sostenere la crescita dell’intera filiera.
In che modo il posizionamento geografico e industriale dell’Italia può tradursi in un vantaggio competitivo per le imprese della filiera a livello internazionale?
La sua collocazione al centro del Mediterraneo rende l’Italia un naturale ponte tra i futuri grandi poli di produzione del Nord Africa e la domanda industriale europea. Questa rappresenta una grande opportunità per la nostra industria manifatturiera, che può mettere a servizio competenze diffuse, e per gli offtaker industriali che possono beneficiare di idrogeno a basso costo. Questi elementi possono consentire alle imprese italiane non solo di sviluppare il mercato interno, ma anche di esportare tecnologie, know-how e servizi lungo tutta la catena del valore dell’idrogeno.
Come valuta H2IT il nuovo Decreto (5 giugno 2026) sul meccanismo di sostegno alla produzione di idrogeno rinnovabile, rispetto alle attese delle imprese associate?
Il nuovo decreto rappresenta senza dubbio un passaggio fondamentale per lo sviluppo del mercato dell’idrogeno in Italia. Parliamo di un meccanismo che può mobilitare fino a 6 miliardi di euro complessivi, con circa 400 milioni di euro all’anno per quindici anni.
Si tratta di uno strumento che il settore attendeva da tempo e che arriva in un momento cruciale per trasformare i progetti avviati negli ultimi anni in iniziative industriali sostenibili dal punto di vista economico. Forse avremmo auspicato una sua introduzione più rapida, ma oggi è importante concentrarsi sulla sua efficace implementazione.
La valutazione di H2IT è quindi positiva: il decreto va nella direzione giusta perché interviene sul vero nodo del settore, ossia il costo di produzione dell’idrogeno rinnovabile rispetto alle alternative fossili. Allo stesso tempo, sarà fondamentale accompagnare le imprese nella fase applicativa, garantendo regole operative chiare, procedure semplici e tempi certi. La riuscita del meccanismo dipenderà infatti non solo dalle risorse disponibili, ma anche dalla capacità di rendere l’accesso alle aste e agli incentivi il più possibile efficace e sostenibile per gli operatori.
Il meccanismo dei contratti per differenza previsto dal decreto è sufficiente a sbloccare gli investimenti attesi nella filiera? Quali eventuali correttivi sarebbero ancora necessari?
Il meccanismo dei contratti per differenza è una condizione necessaria per far partire il mercato dell’idrogeno, ma da solo non sarà sufficiente a sbloccare tutti gli investimenti attesi.
Le imprese che vogliono utilizzare idrogeno devono sostenere investimenti per adeguare impianti e processi produttivi, costi che spesso rappresentano una barriera importante quanto il prezzo della molecola stessa. Per questo motivo sarà necessario affiancare al sostegno alla produzione strumenti dedicati alla riconversione industriale e alla creazione di una domanda stabile non solo nell’industria ma anche nella mobilità!
Quali indicazioni operative attende H2IT dal MASE per l’avvio delle prime procedure d’asta e con quali tempistiche realistiche si potranno osservare i primi effetti sul mercato?
Attendiamo innanzitutto la pubblicazione delle regole operative, che avrebbero dovuto arrivare entro 60 giorni dall’approvazione del decreto e che rappresentano un passaggio indispensabile per chiarire modalità di partecipazione, criteri applicativi e aspetti procedurali delle aste. Non possiamo più accumulare ritardi. È fondamentale che la prima procedura d’asta venga avviata entro la fine del 2026. Molti progetti stanno infatti attendendo questo strumento per poter raggiungere la sostenibilità economica necessaria alla decisione finale di investimento. Un ulteriore slittamento rischierebbe di compromettere la realizzazione di alcune iniziative e di disperdere parte del patrimonio progettuale costruito negli ultimi anni grazie al PNRR.
Quali sono, dal punto di vista di H2IT, i principali nodi normativi e di conformità da risolvere per accelerare l’adozione dell’idrogeno su scala industriale?
Il principale nodo oggi riguarda gli aspetti autorizzativi. Nonostante l’idrogeno sia utilizzato da decenni in ambito industriale, permane in alcuni territori una conoscenza limitata delle sue applicazioni e talvolta una certa diffidenza nei confronti del vettore. Questo si traduce in approcci differenti tra amministrazioni locali e tempi autorizzativi spesso non omogenei, con il rischio di rallentare gli investimenti. Sul fronte tecnico, invece, la filiera sta già compiendo importanti passi avanti: molte aziende stanno sviluppando e certificando componenti e impianti “hydrogen ready”, dimostrando che il percorso di adeguamento tecnologico è già in corso.
In che misura le infrastrutture esistenti sono pronte ad accogliere l’idrogeno e quali interventi ritiene prioritari?
L’Italia parte da una situazione favorevole grazie a una rete energetica ampia e sviluppata. Per quanto riguarda le infrastrutture gas, in linea generale molte delle reti esistenti possono accogliere quote di idrogeno con interventi di adeguamento relativamente limitati. Oggi il blending nella rete è comunque soggetto a limiti normativi e regolatori, che ne restringono ancora l’utilizzo su larga scala al 2% in volume.
Parallelamente sarà necessario sviluppare infrastrutture dedicate nei principali poli industriali e logistici, investendo in trasporto, distribuzione e stoccaggio. La priorità è creare una rete in grado di collegare efficacemente produzione e consumo, accompagnando la crescita della domanda nei prossimi anni. Al tempo stesso, sarà fondamentale accelerare lo sviluppo delle infrastrutture di rifornimento per la mobilità, in particolare per il trasporto pesante su gomma, il trasporto pubblico locale, il settore ferroviario e quello portuale. La disponibilità di una rete adeguata di stazioni di rifornimento rappresenta infatti una condizione essenziale per favorire la diffusione dei veicoli a idrogeno e sostenere la crescita della domanda lungo tutta la filiera.
Quali settori industriali hard-to-abate vede oggi più maturi per un percorso di riconversione verso l’idrogeno, e quale ruolo possono giocare gli organismi di certificazione?
I settori più maturi sono quelli che già oggi utilizzano idrogeno nei propri processi produttivi, come raffinerie, chimica e fertilizzanti, dove la transizione può avvenire sostituendo progressivamente l’idrogeno fossile con quello rinnovabile. Guardando al futuro, anche siderurgia, logistica e trasporti pesanti rappresentano ambiti con un elevato potenziale di sviluppo.
Gli organismi di certificazione svolgono un ruolo fondamentale in questo percorso. La certificazione garantisce infatti sicurezza, qualità, conformità normativa e tracciabilità dell’idrogeno lungo la filiera. Un ulteriore nodo chiave riguarda la certificazione dell’idrogeno rinnovabile RFNBO, che sarà determinante sia per la valorizzazione economica dei progetti sia per il raggiungimento dei target previsti dalla RED III. Si tratta di un tema particolarmente complesso, perché la conformità non dipende soltanto dall’origine rinnovabile dell’energia utilizzata, ma anche da requisiti specifici relativi alla configurazione dell’impianto, alle modalità di connessione alla rete elettrica, ai criteri di addizionalità, correlazione temporale e geografica previsti dalla normativa europea.